Mancanza di lavoro interiore

La volontà proietta il flusso vitale nel concepimento, permette il primo respiro autonomo (nascita), fa da filo conduttore ad ogni scelta di vita. Si eseguono innumerevoli scelte inconsce, ma non esistono scelte “involontarie”. Si possono coscientemente eseguire degli atti che si discostino dal filo conduttore della volontà, ma tanto più sono lontane, meno sono forti e durature le loro conseguenze, perché fuori dal tracciato (come fosse il grafico di un segnale gps al di fuori di una strada o di un sentiero), la persona si “perde nel nulla” in quanto è in un territorio che non le appartiene.

Qualsiasi evento si concretizza per la concatenazione di azioni e quindi di scelte che la persona fa di istante in istante. La volontà, sia essa conscia o inconscia, determina che ci si trovi in un certo luogo, in un certo momento, vivendo le conseguenze delle scelte precedenti e impostando il tracciato degli eventi futuri.

Non esiste il “caso”, fortuna o sfortuna sono in realtà condizioni che si materializzano in base a come ci si è atteggiati e predisposti.

C’è chi dice: “Non l’ho voluto io quell’incidente (o quella malattia)” ma da prima del concepimento in poi, su questo piano di esistenza, ognuno di noi ha eseguito istantanee scelte che l’hanno portato lì, a vivere in un certo modo (piacevole o traumatico) una data esperienza.

Anche la stessa vicenda è poi vissuta in modo personale da ciascuno, infatti non può esservi alcun altro che viva lo stesso accadimento nello stesso modo nello stesso istante, essendo ognuno di noi il frutto di un percorso strettamente personale, con pensieri propri, condizioni fisiche proprie, uniche e irripetibili.

Ad esempio, nella nostra società c’è chi si “lamenta” per la mancanza di lavoro, in realtà di lavoro chiunque ne esegue quotidianamente una enormità, ma con “lavoro” qui si intende, in modo superficiale e restrittivo, quello di una occupazione retribuita. Quindi non manca “lavoro”, manca  “reddito”. A questo punto chi si “lamentava” ora dovrebbe cambiare atteggiamento e cercare un “reddito”, non un lavoro. Un artista, appassionato della propria arte, può continuare a praticarla, anche gratis, per tutta la vita, anche a cento anni di età! Ma se quell’arte non gli dà reddito, in questa società, lui deve comunque trovarsi un “lavoro retribuito”, che forse non solo non lo soddisfa, bensì anche lo depaupera di energie e risorse per il suo vero talento artistico. La debolezza emotiva e poi fisica che ne deriva, stimola l’insorgere di malattie.

D’altro canto in una società con una crescita esponenziale di individui (da 3 miliardi di abitanti nel 1960, ora si è già giunti a 7 miliardi e mezzo), multietnica, multiculturale, nella quale le radici antropologiche e karmiche di ognuno spesso non sono prese in considerazione, è probabile che, pur possedendo dei talenti artistici peculiari (in qualsiasi campo, sia esso poetico, finanziario, marziale, ingegneristico ecc.), che divenga difficile realizzare al meglio uno stile di vita consono alle proprie caratteristiche e in grado di fornire un reddito adeguato.

Occorre quindi una mediazione tramite la quale ognuno prenda coscienza di chi è realmente, da quali energie proviene (prima di questa nascita), quali sono le caratteristiche della sua attuale esistenza (allontanandosi dalle quali si incrementa la debolezza), come può inserire le proprie doti in un percorso concreto e contestualmente realizzabile qui ed ora.

Ho notato che tutte le persone sono naturalmente stimolate a fare questa ricerca, ma che la stragrande maggioranza di loro, per educazione e per istruzione, si sono inaridite fin da bambine, ed ora, da adulte, rifuggono da quei percorsi di analisi interiore. Anche quei pochi che accettano una simile ricerca, trovano poi difficoltà a seguire con costanza e disciplina la loro vera vocazione, essendo più forti gli stimoli della coscienza di massa che li ingloba.

All’interno dunque di relazioni umane standardizzate, amorfe, in cui si premia la spersonalizzazione, valutando tramite dei test oggettivi e non dando eccessivo peso alla soggettività, la presenza di individui che portino un piano di “lavoro” emotivo, empatico, naturale, soggettivo, trascendente, karmico, sensitivo, è necessaria, anche in dose “omeopatica”, per curare un mondo umano che si sta inaridendo.

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