L’arte svelata

Aneddoti relativi alle donne velate e svelate del libro di Sergio Sapetti.

Nel romanzo storico Eriros – Eco di voci, ambientato tra il I e il II secolo d.C., sono inserite alcune donne “velate”; le stesse, nelle immagini disegnate dall’autore, sono a volte con i capelli liberi, non acconciati, non coperti.

Come tutto il romanzo, anche queste rappresentazioni hanno una motivazione simbolica.

Le donne “velate” sono in particolar modo tre protagoniste:

Danae, nobildonna di origine romano-berbera, sposata per contratto politico-economico con un perverso dignitario di Alessandria d’Egitto. Sarà poi moglie di Lollio Eucarbio (tratto dall’omonimo personaggio storico realmente esistito ed originario di Bodincomagus, l’attuale Lauriano). Danae ed Euscarbio si frequentano clandestinamente nei pressi del Faro di Alessandria, lei si presenta sempre velata, con il capo coperto, come si conviene per pudicizia ad una nobildonna locale. La presenza costante della polvere delle strade dell’immensa città e dei deserti di sabbia, induce sia lei (sia in futuro la figlia Cedra) a velarsi anche il viso, non solo i capelli.

Ipsa, è una vestale originaria dell’Egitto e della Sicilia, l’immagine principale del suo abbigliamento è tratta da una statua in bronzo che gli archeologi trovarono negli scavi della città colonia romana di Industria (oggi Monteu da Po). Attualmente la statua detta “danzatrice” è custodita al “Museo delle antichità di Torino“. Essendo una vestale (che nel romanzo ha una relazione segreta con il druido Croouir) quando si reca all’esterno della zona templare si vela il capo e il volto.

Abelia (Avilia Abelia). Donna di origine romana (famiglia Avilia) che diverrà moglie di Oviconio Euscarbio: al loro primo incontro da adulti lei e la sua parente “Donna Cornelia” sono entrambe velate perché stanno viaggiando su un carro in direzione di Bodincomagus. Il velo sul viso in tal caso è soprattutto di protezione dalla polvere, mentre il capo acconciato e coperto era una prerogativa di tutte le donne romane.

Vi è un altro aneddoto inerente al “velo”. Il romanzo fu “concepito” durante la pandemia, era un’epoca di disagio, sbigottimento, per la prima volta si era obbligati a “mascherarsi” tutti quanti negli ambienti pubblici. Molti racconti sono tratti da avvenimenti e persone reali che io ho adattato e romanzato, spostandoli nell’epoca romana, anche la necessità di entrare non solo in contatto ma addirittura in “intimità” per potersi osservare “svelati” è un simbolo che ho inserito in alcuni frangenti di queste antiche storie.

Nel libro e nei disegni ad esso relativi, le donne sono spesso rappresentate a capo scoperto e con i capelli al vento. Questa “licenza d’artista” l’ho voluta inserire per simboleggiare la “libertà” ottenuta dalle donne quando escono dalla famiglia patriarcale (pater familias romano, diffuso però in molte culture dell’epoca e anche successive, fino ai giorni nostri).

Ecco che queste donne si “svelano” quando trovano il giusto connubio con il loro compagno maschile che le completa e a quel punto, anche in pubblico (licenza d’artista) possono presentarsi completamente “svelate”. Inoltre, tornando alla storia, il fatto che queste donne siano di costumi differenti rispetto ai tradizionali abiti romani, è anche legato al fatto che abitano in una “colonia” della Gallia Cisalpina, immerse in un contesto intriso dei costumi liguri-celtici. Infatti Damia, Luscinia e Leucamara (nonna, mamma e figlia) tutte di origine celtica, non sono mai rappresentate a capo coperto o velate a parte quando partecipano a riti religiosi.

 

 

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