Obiettivo marziale

“I ragazzi cominciano a giocare alla lotta non appena sono abbastanza grandi da giocare a qualsiasi cosa. La lotta non solo mi ha regalato molte ore di divertimento quando ero giovane, ma credo che mi abbia aiutato a sviluppare la forza muscolare e la volontà che sono così utili nel Karate. È difficile pensare ad un modo migliore della lotta per imparare a difendersi contro più di un avversario”. Gichin Funakoshi (fondatore del Karate Moderno)

Per comprendere quale sia la migliore scelta “marziale” occorre innanzi tutto far chiarezza sui propri obiettivi (o sugli obiettivi che si desidera raggiungano i propri figli, quando sono ancora bambini).

Un’arte marziale è un sistema di combattimento, codificato e strutturato in base all’esperienza dei Maestri che l’hanno praticata e perfezionata nel corso della loro vita. Molti di questi Maestri furono dei guerrieri, la loro esperienza si formò sui campi di battaglia. Talvolta furono monaci guerrieri, oppure, in tempi molto recenti, l’arte marziale fu praticata da civili che, grazie alla loro abilità, la resero adatta e utile anche come strumento formativo ed educativo nelle scuole (ad esempio Anko Itosu, Maestro di Funakoshi, inserì il karate nelle scuole elementari di Okinawa).

Negli ultimi decenni, anche grazie agli studi dell’Università di Verona, si sono potuti confermare i benefici prodotti dalla pratica di alcuni esercizi psicomotori che sono propedeutici per la corretta crescita dei bambini tra i tre e i sei anni ma che fanno anche fondamentali per migliorare la lotta a terra. Allo stesso tempo delle arti marziali antichissime di origine cinese (Tai Chi e Chi Kung) sono state inserite dall’Unesco tra i metodi di ginnastica atti a mantenere in forma nella terza età.

Quindi, da una base storica tipicamente legata a scenari di guerra, l’arte marziale oggi può anche essere considerata un allenamento per svilupparsi e stare bene, a qualsiasi età.

Inoltre l’arte marziale dal secondo dopoguerra ha avuto un’enorme diffusione in ambito sportivo.

In termini quindi di obiettivo, quali sono le differenze fra questi approcci?

  1. Se si vuole praticare un’arte marziale con lo scopo di utilizzarla in scenari bellici (difesa personale, ausilio per le forze armate e di polizia ecc.) ci si deve rivolgere ad un allenamento che tenga conto dell’estrema variabilità dei conflitti reali: gli aggressori possono essere più di uno, possono essere armati, possono avere una soglia del dolore dall’effetto dell’uso di stupefacenti, possono agire in modo da morire da martiri, possono minacciare degli ostaggi, magari ai quali siamo molto legati affettivamente. Questi conflitti potrebbero essere inaspettati, potrebbero avvenire nei contesti, nelle ore e nei momenti più disparati (in casa, per strada, al lavoro ecc.). In questi frangenti lo stress emotivo, la consapevolezza del rischio mortale, l’eventuale danno fisico subito o arrecato ad altri, che può sconvolgere e scioccare, sono degli elementi emotivi che alterano lo scenario provato “in palestra” e che possono invalidare la preparazione puramente atletica.
  2. Se invece l’arte marziale ha come obiettivo il benessere personale, la si deve scegliere come ginnastica, tonificante e rilassante, badando alla precisione e perfezione dei movimenti, della respirazione, della gestione dell’equilibrio. Questi dettagli sono fondamentali anche nel caso in cui si dovesse utilizzare l’arte in un conflitto reale, ma in tal caso occorre anche allenare e prendere in considerazioni molte altre variabili.
  3. Infine, se l’arte marziale è praticata a livello sportivo, la sua acquisizione sarà vincolata alle regole e ai limiti imposti dalla belligeranza controllata, in modo che gli atleti non corrano eccessivi rischi per l’incolumità personale. In tal caso è necessario sottolineare che chi si dedica all’agonismo, per essere spontaneo e vincente, deve introiettare e automatizzare dei movimenti non eccessivamente lesivi, snaturando l’origine bellica dell’arte. La differenza tra praticare un’arte marziale con l’obiettivo di utilizzarla in un contesto bellico oppure agonistico, sembrerebbe irrisoria, ma dato che una qualsiasi tecnica è tanto più efficace quanto più è portata spontaneamente, con movimenti inconsci divenuti naturali, si comprende che più ci si allena a “non far troppo male” o “non colpire certi punti vietati”, più si avrà l’abitudine ad agire in tal modo anche in caso reale. Inoltre spesso gli agonisti indossano delle protezioni particolari (guantoni, paradenti, parastinchi, protezioni per i genitali ecc.) che proteggono se stessi e l’avversario dalla lesività di certi colpi, ma in un combattimento “senza regole” e quindi per la sopravvivenza, tali protezioni possono non esserci, dando quindi un senso di disagio a chi è abituato ad utilizzarle, ma anche dando una minor protezione nell’uso di certi colpi (si pensi ad esempio di colpire con un pugno violento il viso di un aggressore, se non si indossano fasciature e guanti, è probabile che ci si rompa una mano, diventando poi un più facile bersaglio per attacchi successivi).

Date queste premesse e portando il massimo rispetto per chi ha il coraggio e l’abnegazione di salire su un ring, un tatami o di entrare in una gabbia contro un avversario che intende picchiare, proiettare, strangolare e quant’altro, pur seguendo le regole e avendo un arbitro, personalmente ritengo che lo “sport da combattimento” sia utile e piacevole per chi voglia praticarlo, ma se l’obiettivo è “sapersi difendere nel contesto attuale”, meglio fare chiarezza perché l’arte marziale sportiva (qualunque, anche l’MMA) non è “difesa personale”. Sono due campi differenti che traggono ottimi spunti l’uno per l’altro, anzi, da quando si sono sviluppate le arti marziali miste anche la difesa personale ha tratto molti aggiornamenti da questa evoluzione sportiva, ma non bisogno confonderle. Un ottimo atleta, un ottimo allenatore, un veterano del dojo a livello sportivo, ha una cultura differente da chi combatte per sopravvivere (le due figure possono coesistere ma i campi applicativi e quindi gli obiettivi divergono).

Differente è il discorso psicomotorio, tutti possono trarre giovamento e benessere da certi esercizi marziali, quindi la pratica dell’arte marziale in tal senso è sempre consigliabile, tenendo anche qui conto che la si impara solo per alcune caratteristiche e quindi nuovamente, in un contesto bellico, si ha una preparazione parziale.

Detto ciò, se non si è per natura o per lavoro indotti ad allenarsi come un “guerriero” ma si ha la giusta propensione e si desidera essere in grado di affrontare situazioni di rischio impreviste, per essere all’altezza è indispensabile avere alcune cognizioni precise dei contesti in cui ci si può trovare.

Se non si è operatori di polizia o delle forze armate, i contesti dove si rischia di essere aggrediti sono molti ma possono già essere ridotti “facendo attenzione” (sulla pratica della sicurezza preventiva demando ad altre pubblicazioni, per non dilungarmi). In ogni caso, avendo evitato luoghi e orari particolarmente rischiosi, avendo fatto sempre attenzione ai segnali di allarme, avendo attivato in casa o in auto delle misure preventive efficaci e, infine, non essendo una persona necessariamente a rischio per notorietà o ricchezza, difficilmente in un paese civile ci si può imbattere in una situazione pericolosa, ma non è detto. Oltre ai tentativi di rapina, di stupro, alle vendette personali, oggi vi è anche un aumento di rischio per attentati terroristici, quindi, pur avendo ridotto al minimo i contesti pericolosi, avere una conoscenza ed una capacità di gestire una situazione in cui rischiamo l’incolumità personale nostra e dei nostri cari è indice di saggezza.

In tale caso però, statisticamente, quali priorità ci sono? Rapine, rapimenti e terrorismo sono atti che si svolgono in tempi brevissimi, spesso avvengono e terminano in pochi secondi, non occorre allenarsi per dieci round sul ring, è l’allenamento dell’istinto e della velocità operativa che bisogna prediligere. Sempre statisticamente, al massimo dopo una decina di secondi, i contendenti di una lotta corpo a corpo finiscono a terra (ecco l’importanza delle parole del Maestro Funakoshi con cui abbiamo aperto questo articolo, ma anche l’importanza di far lottare a terra i nostri figli fin da bambini piccoli: serve al loro sviluppo ma anche alla loro incolumità futura). È molto probabile che da subito o per via della nostra resistenza all’aggressione ci si trovi di fronte alla necessità di affrontare avversari armati (una bottiglia di vetro rotta, un cacciavite, un martello, una sbarra o un bastone sono armi semplici e di uso comune che chiunque può trovare sul luogo per usarle contro di noi). Perciò le dinamiche di postura e di guardia, a priori, dovranno tenere conto che all’improvviso la situazione iniziale può drasticamente mutare in peggio. Qualunque “mossa” acrobatica, anche solo un semplice calcio, favorisce lo squilibrio e ci rende fragili, rischiando di portarci rovinosamente a terra, in balia di uno o più malintenzionati, perciò in questo contesto l’allenamento dei calci è inutile (idem per quello dei pugni, dato che è troppo rischioso per l’incolumità delle mani). Anche le leve, ottime sul tatami, terribili se subite in gara, formidabili nelle dimostrazioni accademiche, nella confusione e angoscia del momento, con un avversario determinato e violento, divengono inutili.

Cosa resta? Rispondiamo con un’altra domanda, per riflettere, cosa fa un pugile quando patisce l’avversario e si sente in difficoltà? Lega, si avvinghia, non molla la presa e intanto, fino a che l’arbitro non li separa, cerca di colpire in punti che tolgano un po’ di fiato all’avversario. Che dice Funakoshi, colui che ha modernizzato il karate e l’ha diffuso prima in Giappone e poi in tutto il mondo? La lotta è fondamentale. E la moglie di Funakoshi, che insegnava difesa personale agli abitanti di Okinawa, soprattutto alle donne, cosa consigliava? Usate gomiti e ginocchia. Funakoshi era famoso per fare molti complessi esercizi per mantenersi in equilibrio e non cadere, imparare a gestire il respiro, l’attenzione, l’equilibrio, l’istinto, legare, avvinghiare, colpire con delle parti corporee che ci permettano di raggiungere i punti vitali dell’avversario, senza scoprirci troppo, mentre lo blocchiamo. Il tutto da farsi in pochi secondi. Questa è la base della difesa. Traendo le tecniche percussorie dal Karate, dal Jiu-jitsu (o dal Judo tradizionale, non quello attuale, sportivo, perché ancora le prevedeva), dal Muai Tai, dall Kick Boxing, dal Full Contact, dal Taekwondo, dal Kali, dal Vietvodao, ecc. ecc. cioè da qualsiasi arte marziale che ci piaccia praticare. Traendo le tecniche di lotta dal Jiu-jitsu, dalla Lotta libera, dal Sambo e per certi versi dall’Aikido e cioè da qualunque arte marziale che ci piaccia praticare. Ma qualunque sia l’arte che ci è confacente, saper gestire le percussioni (darle ma anche pararle) e la lotta sono i due aspetti fondamentali per sapersi difendere in un corpo a corpo.

Da qui poi parte la pratica che riguarda anche la gestione delle armi, dato che la stragrande maggioranza dei rischi si corrono contro persone armate (soprattutto se si è già fatta prevenzione per evitare tutti gli altri tipi di conflitti). Se non si conoscono le dinamiche delle armi, da fuoco, da taglio, esplosive ecc. si ha di nuovo una preparazione limitata e non reale. Nel nostro ambiente in genere è probabile di trovarsi disarmati contro una o più persone armate, perciò, non potendo improvvisare, sapere come comportarsi e quindi, a priori, sapere come funziona un certo tipo di arma, è altrettanto indispensabile che saper gestire un combattimento corpo a corpo.

Concludo. Qual è l’obiettivo? Vuoi imparare a combattere per ciò che oggi è chiamato “difesa personale”? L’arte marziale, così com’è intesa oggi, è il principio, ma va praticata nella sua vera natura ed evoluta ai nostri tempi, non si tratta quindi di una pratica sportiva, bensì di un allenamento che si basa su altre peculiarità: istinto, automatismo, percezione corporea, equilibrio, esplosività, precisione, forma mentis appropriata.

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